LEGGERE
PER VIVERE
DI
NELLO VARSAVIA
In
una società che assume contorni sempre più distopici,in cui il
bombardamento di immagini e l'immediatezza del messaggio visivo va a
scapito del lento e meditato lavorio intellettuale necessario per
entrare in contatto con la parola scritta,il libro è diventato un
oggetto desueto. Le cause che stanno portando all'estinzione
dell'attività della lettura sono molteplici: la televisione, i
social network,la scuola dell'obbligo che spesso mortifica lo studio
e la conoscenza della letteratura in sterili esercizi di analisi dei
testi che trascurano il significato delle opere letterarie anche se
nel caso specifico del nostro Paese bisogna considerare che non
abbiamo mai avuto una classe borghese colta ne abbiamo mai avuto una
nostra età del romanzo,le ragioni per cui gli italiani non leggono
vanno dunque ricercate anche nel nostro lacunoso pedigree storico.
Chi vive,vive la propria vita. Chi legge, vive anche la vita degli
altri. La scrittura registra il lavoro del mondo e tramite la lettura
noi ereditiamo questo lavoro,ne veniamo trasformati,alla fine di ogni
libro e di ogni giornale ognuno di noi è diverso da come era
all'inizio. Se qualcuno non legge libri ne articoli ignora quel
lavoro,è come se il mondo lavorasse per tutti non per lui,l'umanità
corre ma lui è fermo. Fra letteratura, vita e mondo c'è una
relazione costante e diretta,la letteratura è pensiero e conoscenza
del mondo psichico in cui viviamo. La realtà che la letteratura
vuole conoscere è semplicemente (ma al tempo stesso non vi è nulla
di più complesso) l'esperienza umana. Questo continuo interscambio
fra le esperienze della vita e quelle della lettura non viene di
certo favorito dai molti libri inutili e dannosi di cui è saturo il
cosmo dell'editoria (quelli di Moccia in particolare sono un
insuperato e forse insuperabile stupidario).Un bravo lettore è in
primo luogo colui che sa quali libri non leggere e a mio modestissimo
parere le migliori letture sono quelle attraverso cui possiamo
ritrovare le problematiche del nostro tempo: la perdita dei valori
tradizionali e della individualità, la contraddittorietà dei propri
stati di coscienza, il senso di estraneità, il rapporto con il
diverso, la crisi e la solitudine dell'uomo. Il compito delle
famiglie, delle istituzioni ma più in generale di ogni singolo
lettore è quello di cercare di trasmettere il valore inestimabile
dei libri che non devono mai diventare uno strumento di potere, un
trofeo da sfoggiare, un mezzo per umiliare le persone più ignoranti
a suon di citazioni e minuscoli granelli di falsa certezza sciorinati
spocchiosamente. L'atto della leggere non deve avere nulla di
autoreferenziale, al contrario deve renderci più liberi e aperti,
nutrire il nostro spirito ma anche consolarci dai momenti di
sconforto, renderci più coscienti e consapevoli, più creativi, meno
soggetti a pregiudizi e condizionamenti. Facendoci muovere nel tempo
e nello spazio la lettura arricchisce le nostre esistenze e ci
consegna le chiavi per aprire i lucchetti infiniti della realtà.
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GIOVANNI
PASSANNANTE
L’UTOPIA
DELLA “REPUBBLICA UNIVERSALE”
DI
GIANLUCA MARIO
Nel 1861 si incontrarono
a Londra Giuseppe Mazzini e Michail Bakunin. Da questo incontro
maturò un programma di lotta che voleva dare vita alla “Repubblica
Universale” nella quale gli uomini fossero tutti liberi e senza
differenze di classe, riuniti in un fraterno consorzio umano senza
alcuna costrizione da parte dello Stato. Gli ideali bakuniani e le
aspirazioni mazziniane vennero prese in seria considerazione nel Sud
Italia dove le masse agricole vivevano di stenti e di privazioni
oppresse dal nuovo governo sorto dopo l’unificazione nazionale. La
leva obbligatoria toglieva forza lavoro nei campi e la tassa sul
macinato gravava come un macigno sui già miseri contadini. Molti
furono i giovani intraprendenti e sognatori che videro nella
Repubblica Universale un futuro più roseo. Tra questi giovani
idealisti vi era anche un ragazzo di povere origini: Giovanni
Passannante. Passannante era nato in una umilissima famiglia di
Salvia di Lucania. I problemi economici lo portarono ben presto ad
allontanarsi da casa per non gravare sui genitori. Pur avendo avuto
una scarsa istruzione primaria il giovane si appassionò alla
letteratura e, soprattutto, alla politica. Abbracciate le idee
repubblicane iniziò a frequentare circoli filo mazziniani. A
Salerno, nel 1870, incitò il popolo a rivoltarsi alla corona sabauda
e per questo venne arrestato. Uscito di prigione si recò a Napoli
dove visse alla giornata cambiando diversi lavori. Intanto, nel 1878,
moriva Vittorio Emanuele II ed il nuovo re, Umberto I, decise di
organizzare un viaggio nelle principali città italiane per farsi
conoscere dai suoi sudditi. Il 17 novembre 1878 il sovrano giunse nel
capoluogo campano. Il corteo si allungava lungo le vie cittadine tra
due ali di folla e in molti si avvicinavano alla carrozza reale per
chiedere suppliche al monarca. Tra la moltitudine c’era anche il
ventinovenne Passannante. Il giovane attese il momento giusto per
avvicinarsi al sovrano. Quando fu in prossimità della carrozza salì
sul predellino e armato di un coltello tentò di pugnalare il re che
riuscì a difendersi rimanendo leggermente ferito ad un braccio.
Subito l’accoltellatore venne bloccato dai corazzieri che lo
trassero in arresto. Iniziò così un’incessante sequela di
interrogatori con i quali gli inquirenti tentarono di capire se
l’attentatore avesse agito per conto suo o perché mosso da qualche
superiore associazione anarchico-repubblicana. Giunti alla
conclusione che Passannante aveva agito da solo perché vedeva
racchiusi, come lui diceva, nella monarchia tutti i mali della
società e i motivi per i quali il popolo viveva nella povertà più
nera, venne emanata la sentenza. Il processo si concluse tra mille
polemiche con una condanna a morte, pena commutata con la detenzione
a vita in un carcere dell’isola d’Elba. In molte città italiane,
infiammate dagli avvenimenti del 17 novembre, scoppiarono sommosse e
tumulti. Ci furono scontri con le forze dell’ordine a Pisa,
Firenze, Milano, Torino, Genova e Bologna. Il poeta Giovanni Pascoli
scrisse addirittura un ode a Passannante e si dice che, declamando i
suoi versi, avesse detto: - Se questi sono malfattori, evviva i
malfattori! Dopo la condanna Passannante venne condotto nel carcere
di Ponteferraio e rinchiuso in una squallida cella. Le scarse
condizioni igieniche del tugurio in cui era costretto a vivere
portarono ben presto l’ergastolano ad ammalarsi seriamente di
scorbuto e di bronchite cronica. L’isolamento gli procurò, oltre
ai danni fisici, gravi danni mentali che lo portarono gradualmente
alla pazzia. Gli ultimi anni della sua vita Passannante li trascorse
in una minuscola cella del manicomio criminale di Montelupo
Fiorentino non pentendosi mai delle sue azioni e senza mai rinnegare
quelli che furono i suoi ideali.
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