lunedì 21 maggio 2012

gli articoli del numero di aprile online #4


LEGGERE PER VIVERE
DI NELLO VARSAVIA
In una società che assume contorni sempre più distopici,in cui il bombardamento di immagini e l'immediatezza del messaggio visivo va a scapito del lento e meditato lavorio intellettuale necessario per entrare in contatto con la parola scritta,il libro è diventato un oggetto desueto. Le cause che stanno portando all'estinzione dell'attività della lettura sono molteplici: la televisione, i social network,la scuola dell'obbligo che spesso mortifica lo studio e la conoscenza della letteratura in sterili esercizi di analisi dei testi che trascurano il significato delle opere letterarie anche se nel caso specifico del nostro Paese bisogna considerare che non abbiamo mai avuto una classe borghese colta ne abbiamo mai avuto una nostra età del romanzo,le ragioni per cui gli italiani non leggono vanno dunque ricercate anche nel nostro lacunoso pedigree storico. Chi vive,vive la propria vita. Chi legge, vive anche la vita degli altri. La scrittura registra il lavoro del mondo e tramite la lettura noi ereditiamo questo lavoro,ne veniamo trasformati,alla fine di ogni libro e di ogni giornale ognuno di noi è diverso da come era all'inizio. Se qualcuno non legge libri ne articoli ignora quel lavoro,è come se il mondo lavorasse per tutti non per lui,l'umanità corre ma lui è fermo. Fra letteratura, vita e mondo c'è una relazione costante e diretta,la letteratura è pensiero e conoscenza del mondo psichico in cui viviamo. La realtà che la letteratura vuole conoscere è semplicemente (ma al tempo stesso non vi è nulla di più complesso) l'esperienza umana. Questo continuo interscambio fra le esperienze della vita e quelle della lettura non viene di certo favorito dai molti libri inutili e dannosi di cui è saturo il cosmo dell'editoria (quelli di Moccia in particolare sono un insuperato e forse insuperabile stupidario).Un bravo lettore è in primo luogo colui che sa quali libri non leggere e a mio modestissimo parere le migliori letture sono quelle attraverso cui possiamo ritrovare le problematiche del nostro tempo: la perdita dei valori tradizionali e della individualità, la contraddittorietà dei propri stati di coscienza, il senso di estraneità, il rapporto con il diverso, la crisi e la solitudine dell'uomo. Il compito delle famiglie, delle istituzioni ma più in generale di ogni singolo lettore è quello di cercare di trasmettere il valore inestimabile dei libri che non devono mai diventare uno strumento di potere, un trofeo da sfoggiare, un mezzo per umiliare le persone più ignoranti a suon di citazioni e minuscoli granelli di falsa certezza sciorinati spocchiosamente. L'atto della leggere non deve avere nulla di autoreferenziale, al contrario deve renderci più liberi e aperti, nutrire il nostro spirito ma anche consolarci dai momenti di sconforto, renderci più coscienti e consapevoli, più creativi, meno soggetti a pregiudizi e condizionamenti. Facendoci muovere nel tempo e nello spazio la lettura arricchisce le nostre esistenze e ci consegna le chiavi per aprire i lucchetti infiniti della realtà.



















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GIOVANNI PASSANNANTE
L’UTOPIA DELLA “REPUBBLICA UNIVERSALE”
DI GIANLUCA MARIO
Nel 1861 si incontrarono a Londra Giuseppe Mazzini e Michail Bakunin. Da questo incontro maturò un programma di lotta che voleva dare vita alla “Repubblica Universale” nella quale gli uomini fossero tutti liberi e senza differenze di classe, riuniti in un fraterno consorzio umano senza alcuna costrizione da parte dello Stato. Gli ideali bakuniani e le aspirazioni mazziniane vennero prese in seria considerazione nel Sud Italia dove le masse agricole vivevano di stenti e di privazioni oppresse dal nuovo governo sorto dopo l’unificazione nazionale. La leva obbligatoria toglieva forza lavoro nei campi e la tassa sul macinato gravava come un macigno sui già miseri contadini. Molti furono i giovani intraprendenti e sognatori che videro nella Repubblica Universale un futuro più roseo. Tra questi giovani idealisti vi era anche un ragazzo di povere origini: Giovanni Passannante. Passannante era nato in una umilissima famiglia di Salvia di Lucania. I problemi economici lo portarono ben presto ad allontanarsi da casa per non gravare sui genitori. Pur avendo avuto una scarsa istruzione primaria il giovane si appassionò alla letteratura e, soprattutto, alla politica. Abbracciate le idee repubblicane iniziò a frequentare circoli filo mazziniani. A Salerno, nel 1870, incitò il popolo a rivoltarsi alla corona sabauda e per questo venne arrestato. Uscito di prigione si recò a Napoli dove visse alla giornata cambiando diversi lavori. Intanto, nel 1878, moriva Vittorio Emanuele II ed il nuovo re, Umberto I, decise di organizzare un viaggio nelle principali città italiane per farsi conoscere dai suoi sudditi. Il 17 novembre 1878 il sovrano giunse nel capoluogo campano. Il corteo si allungava lungo le vie cittadine tra due ali di folla e in molti si avvicinavano alla carrozza reale per chiedere suppliche al monarca. Tra la moltitudine c’era anche il ventinovenne Passannante. Il giovane attese il momento giusto per avvicinarsi al sovrano. Quando fu in prossimità della carrozza salì sul predellino e armato di un coltello tentò di pugnalare il re che riuscì a difendersi rimanendo leggermente ferito ad un braccio. Subito l’accoltellatore venne bloccato dai corazzieri che lo trassero in arresto. Iniziò così un’incessante sequela di interrogatori con i quali gli inquirenti tentarono di capire se l’attentatore avesse agito per conto suo o perché mosso da qualche superiore associazione anarchico-repubblicana. Giunti alla conclusione che Passannante aveva agito da solo perché vedeva racchiusi, come lui diceva, nella monarchia tutti i mali della società e i motivi per i quali il popolo viveva nella povertà più nera, venne emanata la sentenza. Il processo si concluse tra mille polemiche con una condanna a morte, pena commutata con la detenzione a vita in un carcere dell’isola d’Elba. In molte città italiane, infiammate dagli avvenimenti del 17 novembre, scoppiarono sommosse e tumulti. Ci furono scontri con le forze dell’ordine a Pisa, Firenze, Milano, Torino, Genova e Bologna. Il poeta Giovanni Pascoli scrisse addirittura un ode a Passannante e si dice che, declamando i suoi versi, avesse detto: - Se questi sono malfattori, evviva i malfattori! Dopo la condanna Passannante venne condotto nel carcere di Ponteferraio e rinchiuso in una squallida cella. Le scarse condizioni igieniche del tugurio in cui era costretto a vivere portarono ben presto l’ergastolano ad ammalarsi seriamente di scorbuto e di bronchite cronica. L’isolamento gli procurò, oltre ai danni fisici, gravi danni mentali che lo portarono gradualmente alla pazzia. Gli ultimi anni della sua vita Passannante li trascorse in una minuscola cella del manicomio criminale di Montelupo Fiorentino non pentendosi mai delle sue azioni e senza mai rinnegare quelli che furono i suoi ideali.  

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