l
Tutto, il Nulla e l’Humanus:
l’eredità di Pascoli a 100 anni dalla sua morte
Il 6
aprile 1912 Giovanni Pascoli moriva. Sono passati 100 anni da quel
giorno, ma la sua poesia non ha mai smesso di parlare, «sussurrare»
nuove trame e indicarci nuovi sentieri in quel «grande Tempio»
che è la natura, ma anche e soprattutto la vita dell’uomo.
Volendo
qui ricordare qualcosa di lui, inevitabilmente non si potrà dire
tutto, perché dire tutto vorrebbe dire nulla. E allora ho scelto di
soffermarmi proprio sul Nulla, su quell’esistenza che emerge nei
Conviviali, o meglio, è sommersa dal gran mare del «non
essere, non essere più».
Tra
tutte le storie dei Conviviali − all’interno di quel lungo
svolgimento del filo del mito, una trama che corre dall’antichità
greca fino agli albori dell’era cristiana − cercando di
restringere ancora l’obiettivo, la mia attenzione cade sull’Ultimo
viaggio di Ulisse, un epos che in quel Tutto che sa di viaggio,
amore, gloria e verità, inserisce proprio il dramma del Nulla.
Pascoli
riscrive l’Odissea omerica, ripercorre quei 24 libri nei 24
canti, ma il suo nostos non è un ritorno alla vita: è un
viaggio verso la morte. L’Odisseo pascoliano (rigorosamente
chiamato con il nome greco) è un non-eroe novecentesco, un uomo
senza più storia, smarrito nei meandri del tempo, sospeso tra un
presente che non ha più il passato. Come è arrivato a Itaca, come è
ritornato alla sua patria? Era vero ciò che di lui avevano cantato
gli aedi? Tutto è indefinito, le domande non trovano più risposte,
fino al grande silenzio delle sirene.
Nemmeno
la profezia di Tiresia ha più il sapore della sentenza ineluttabile:
Odisseo non si fermerà per sempre, non morirà come un comune uomo
attivo, ma sarà l’uomo contemplativo, quello che, come
Rachele della Digitale purpurea, farà esperienza della morte.
Continuo è quel refrain epico «E per nove anni» che apre ben 3
canti (V, VI, VIII), fino al momento della decisione, fino
all’incontro con l’aedo Femio che lo accompagna in questo viaggio
a ritroso.
Come
erano stati questi nove anni a Itaca? Erano trascorsi con la solita
monotonia delle cose umane, mentre quelle gru − le stesse che in In
cammino ricordano all’homo viator che è tempo di
ripartire − sfidavano il mare e deridevano la condizione di Odisseo
che «al focolar sedeva». Rileggendo i versi de Il ramo confitto,
è facile scorgere in controluce quel «Re neghittoso» di
Tennyson (non a caso tradotto da Pascoli) che non riesce «alla vampa
del mio focolare tranquillo / star, con antica consorte, tra sterili
rocce», annoiato dalla «selvaggia gente che ammucchia, che dorme,
che mangia e che non mi conosce».
Nasce
così il desiderio di partire perché «sonno è la vita quando è
già vissuta: / sonno; ché ciò che non è tutto, è nulla» (X, La
conchiglia, vv. 31-32), e «or io mi voglio rituffar nel sonno, /
s’io trovi in fondo dell’oblio quel sogno» (ivi, vv. 37-38). Il
passato è dunque un sogno dai contorni indefiniti, un torpore che
terminerà soltanto con il risveglio della morte.
E
Odisseo, avanzando nel mare dell’esistenza, vede cadere
leopardianamente tutte le illusioni della sua vita. Si incomincia da
quella più dolce, l’amore, che «destato solo allor ti muore»
(XVII. L’amore, v.34), con l’assenza di Circe e la morte
di Femio/poesia, perché nulla può ormai consolare, nemmeno il
canto. E si continua con la scoperta che nessuno (con grande
ambiguità semantica) accecò mai Polifemo, perché tutto fu soltanto
una leggenda: «Al monte? L’occhio? Trivellò? Nessuno» (v.45).
E il
pathos cresce fino alle sirene che qui Pascoli recupera nella veste
di arcane depositarie della verità perché «Il mio sogno non era
altro che sogno; / e vento e fumo. Ma sol buono è vero» (XXI, Le
sirene, vv. 15-16). E quel vero viene urlato, viene chiesto a
quelle donne/sfingi con le sembianze di uno scoglio, perché Odisseo
che sa di morire ha quel dubbio che nessuno potrà mai risolvere:
«Ditemi almeno chi sono io! Chi ero!» (XXXIII, Il vero, v.
54). E su questo finale si innalza «l’ululato» della
Nasconditrice Calypso, l’unica capace di svelare una verità che
nessuno potrà/vorrà mai ascoltare: «Non esser mai! Non esser mai!
Più nulla, / ma meno morte, che non esser più!» (XXIV, Calypso,
vv. 52-53): meglio per l’uomo non nascere affatto, piuttosto
che sapere di morire. Lei che aveva offerto l’eternità all’uomo
che amava, ne piange e commisera ora la morte, intrappolandolo
nell’ombra scura dei suoi capelli.
Quel
grido di verità sarà risolto da un altro eroe, che, nonostante la
storicità, gareggia nel mito al fianco di Odisseo: Alexandros. Anche
lui esploratore fino ai limiti delle possibilità umane, una volta
giunto agli estremi confini, voltandosi indietro dirà: «Il sogno è
l’infinita ombra del vero» (v.10). Era meglio non partire perché
la fine è il Niente, meglio continuare a sognare, come faceva quel
fanciullo di Leopardi davanti al mappamondo, immaginando terre
lontane.
Il
Tutto si assimila al Niente e tra le righe Pascoli dialoga col
pessimismo leopardiano del pastore che parla agli astri, in un
«chiacchiericcio» che approda all’unica verità: «Gli uomini
amarono più le tenebre che la luce», l’uomo è mortale e la
consapevolezza del suo Nulla diventa il Tutto del suo essere humanus.
Pamela Di Mambro
Nessun commento:
Posta un commento