lunedì 21 maggio 2012

gli articoli del numero di aprile online #1



l Tutto, il Nulla e l’Humanus: l’eredità di Pascoli a 100 anni dalla sua morte

Il 6 aprile 1912 Giovanni Pascoli moriva. Sono passati 100 anni da quel giorno, ma la sua poesia non ha mai smesso di parlare, «sussurrare» nuove trame e indicarci nuovi sentieri in quel «grande Tempio» che è la natura, ma anche e soprattutto la vita dell’uomo.
Volendo qui ricordare qualcosa di lui, inevitabilmente non si potrà dire tutto, perché dire tutto vorrebbe dire nulla. E allora ho scelto di soffermarmi proprio sul Nulla, su quell’esistenza che emerge nei Conviviali, o meglio, è sommersa dal gran mare del «non essere, non essere più».
Tra tutte le storie dei Conviviali − all’interno di quel lungo svolgimento del filo del mito, una trama che corre dall’antichità greca fino agli albori dell’era cristiana − cercando di restringere ancora l’obiettivo, la mia attenzione cade sull’Ultimo viaggio di Ulisse, un epos che in quel Tutto che sa di viaggio, amore, gloria e verità, inserisce proprio il dramma del Nulla.
Pascoli riscrive l’Odissea omerica, ripercorre quei 24 libri nei 24 canti, ma il suo nostos non è un ritorno alla vita: è un viaggio verso la morte. L’Odisseo pascoliano (rigorosamente chiamato con il nome greco) è un non-eroe novecentesco, un uomo senza più storia, smarrito nei meandri del tempo, sospeso tra un presente che non ha più il passato. Come è arrivato a Itaca, come è ritornato alla sua patria? Era vero ciò che di lui avevano cantato gli aedi? Tutto è indefinito, le domande non trovano più risposte, fino al grande silenzio delle sirene.
Nemmeno la profezia di Tiresia ha più il sapore della sentenza ineluttabile: Odisseo non si fermerà per sempre, non morirà come un comune uomo attivo, ma sarà l’uomo contemplativo, quello che, come Rachele della Digitale purpurea, farà esperienza della morte. Continuo è quel refrain epico «E per nove anni» che apre ben 3 canti (V, VI, VIII), fino al momento della decisione, fino all’incontro con l’aedo Femio che lo accompagna in questo viaggio a ritroso.
Come erano stati questi nove anni a Itaca? Erano trascorsi con la solita monotonia delle cose umane, mentre quelle gru − le stesse che in In cammino ricordano all’homo viator che è tempo di ripartire − sfidavano il mare e deridevano la condizione di Odisseo che «al focolar sedeva». Rileggendo i versi de Il ramo confitto, è facile scorgere in controluce quel «Re neghittoso» di Tennyson (non a caso tradotto da Pascoli) che non riesce «alla vampa del mio focolare tranquillo / star, con antica consorte, tra sterili rocce», annoiato dalla «selvaggia gente che ammucchia, che dorme, che mangia e che non mi conosce».
Nasce così il desiderio di partire perché «sonno è la vita quando è già vissuta: / sonno; ché ciò che non è tutto, è nulla» (X, La conchiglia, vv. 31-32), e «or io mi voglio rituffar nel sonno, / s’io trovi in fondo dell’oblio quel sogno» (ivi, vv. 37-38). Il passato è dunque un sogno dai contorni indefiniti, un torpore che terminerà soltanto con il risveglio della morte.
E Odisseo, avanzando nel mare dell’esistenza, vede cadere leopardianamente tutte le illusioni della sua vita. Si incomincia da quella più dolce, l’amore, che «destato solo allor ti muore» (XVII. L’amore, v.34), con l’assenza di Circe e la morte di Femio/poesia, perché nulla può ormai consolare, nemmeno il canto. E si continua con la scoperta che nessuno (con grande ambiguità semantica) accecò mai Polifemo, perché tutto fu soltanto una leggenda: «Al monte? L’occhio? Trivellò? Nessuno» (v.45).
E il pathos cresce fino alle sirene che qui Pascoli recupera nella veste di arcane depositarie della verità perché «Il mio sogno non era altro che sogno; / e vento e fumo. Ma sol buono è vero» (XXI, Le sirene, vv. 15-16). E quel vero viene urlato, viene chiesto a quelle donne/sfingi con le sembianze di uno scoglio, perché Odisseo che sa di morire ha quel dubbio che nessuno potrà mai risolvere: «Ditemi almeno chi sono io! Chi ero!» (XXXIII, Il vero, v. 54). E su questo finale si innalza «l’ululato» della Nasconditrice Calypso, l’unica capace di svelare una verità che nessuno potrà/vorrà mai ascoltare: «Non esser mai! Non esser mai! Più nulla, / ma meno morte, che non esser più!» (XXIV, Calypso, vv. 52-53): meglio per l’uomo non nascere affatto, piuttosto che sapere di morire. Lei che aveva offerto l’eternità all’uomo che amava, ne piange e commisera ora la morte, intrappolandolo nell’ombra scura dei suoi capelli.
Quel grido di verità sarà risolto da un altro eroe, che, nonostante la storicità, gareggia nel mito al fianco di Odisseo: Alexandros. Anche lui esploratore fino ai limiti delle possibilità umane, una volta giunto agli estremi confini, voltandosi indietro dirà: «Il sogno è l’infinita ombra del vero» (v.10). Era meglio non partire perché la fine è il Niente, meglio continuare a sognare, come faceva quel fanciullo di Leopardi davanti al mappamondo, immaginando terre lontane.
Il Tutto si assimila al Niente e tra le righe Pascoli dialoga col pessimismo leopardiano del pastore che parla agli astri, in un «chiacchiericcio» che approda all’unica verità: «Gli uomini amarono più le tenebre che la luce», l’uomo è mortale e la consapevolezza del suo Nulla diventa il Tutto del suo essere humanus.

Pamela Di Mambro

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