La
bufera giudiziaria che si è abbattuta sulla Lega Nord, da qualche
tempo a questa parte, oltre ad evidenziare ancora una volta -
l'ennesima - il pessimo stato di salute in cui versano i partiti
politici nostrani offre, se non altro, l'occasione di tentare una
riflessione più approfondita riguardo ai fattori che hanno portato
un movimento tanto controverso ed ambiguo a divenire un partito ben
radicato nella società in virtù di un consenso via via crescente,
al punto di arrivare ad essere un partito di governo a livello
locale, prima, e regionale, ma soprattutto nazionale, poi.
Non esiste, né forse è mai esistito, in Italia, un partito di governo - è bene ribadirlo - più populista della Lega Nord. Affermazione che, inevitabilmente, richiede un chiarimento circa la definizione di "populismo".
Parola ormai d'abuso comune, quantomeno nel lessico politico, spesso erroneamente utilizzata come sinonimo di "demagogia" - a cui spesso si accompagna e di cui la Lega ha fatto un uso smodato - , deve il suo fascino alle suggestioni ch'è in grado di evocare.
Populismo è un sistema in cui tra il capo ed il "suo" popolo intercorre un rapporto diretto, privo di alcuna mediazione: da esso deriva un potere esercitato senza troppi vincoli o controlli quali possono esser considerate le pastoie di leggi ritenute eccessivamente coartanti e che finiscano dunque per incrinare il legame genuino, quasi paterno, tra il leader ed il suo seguito indifferenziato; conferito senza seguire procedure eccessivamente complicate, con forme quasi plebiscitarie.
Un "potere carismatico", quindi, volendo fare riferimento alla classificazione dei poteri legittimi messa a punto dal sociologo tedesco Max Weber: potere che poggia "sulla dedizione straordinaria al valore esemplare o alla forza eroica o al carattere sacro di una persona" e degli ordinamenti che questa ha creato.
Basti pensare allo straordinario grado di sostegno, quasi incondizionato, che Bossi ha saputo conservare nel bel mezzo della recente disfatta per comprendere come le capacità di captazione del consenso della Lega trascendano la dimensione meramente politica.
Come in ogni populismo ricollegabile all'area delle destre che si rispetti, essa ha saputo portare avanti un discorso xenofobo ed autonomista - non privo di ipocrisie; vedasi le velleità secessionistiche da ritenersi, per l'appunto, tali: pure e semplici velleità - ancor prima che antieuropeo ed antiglobalista facendo leva, con mirabile ars retorica, su "sentimenti irrazionali e bisogni sociali latenti, alimentando la paura o l'odio nei confronti dell'avversario politico o di minoranze utilizzate come capro espiatorio". Quelle minoranze che, siano esse politiche, etniche o quant'altro, in quanto imperdonabili portatrici di diversità minano la pax sociale tanto faticosamente costruita e alimentata, deturpano l'idillio tra il conduttore e le sue genti.
O tra il pastore e le sue greggi. Perché verità di fondo inconfessabile comune a tutti i populismi è che il "popolo", che concorre a formare il Sovrano-Leviatano di Hobbes con molteplicità mostruosa dei suoi corpi, debba essere guidato. Che non sappia stare sulle proprie gambe, che non sia ancora pronto. "Così, assistiamo all'esplosione della retorica e dell'invettiva (facile ma banale) e all'involuzione della dialettica (difficile sui media, ma almeno interessante). Peraltro, la debolezza dei contenuti va fatta risalire a un'idea preliminare del suffragio, ovvero la credenza che il corpo elettorale sia ormai frammentato in gruppi di interesse e non più in blocchi sociali, e che la vittoria finale dipenda dunque dalla capacità di attrarre le più ampie ed eterogenee diversità. Le proposte, allora, diventano fragili e poco identificabili, e le stesse candidature rivelano i negoziati nascosti che a loro soggiacciono. Diventa quasi inevitabile far ricorso all'eventuale carisma del capo per coprire l'assenza di fascino dei concetti, e sperare nelle sue capacità di contatto col pubblico in sostituzione della perdita di efficacia simbolica dei contenuti (altro che "popolo", gli elettori sono diventati nient'altro che "pubblico")".
In ciò, senza alcun dubbio, Umberto Bossi è stato maestro, abile nel "raffigurare il popolo come "gente comune", contrapposto alle élite e ai loro intellettualismi e ad utilizzare le paure della "gente" (immigrazione, crisi economica e sociale) per tirare su il fortino identitario"; precursore, ancorché grezzo e d'istinto, rispetto al suo nemico fraterno, quel Berlusconi reo di "aver indotto i suoi critici a una attenzione ossessiva verso una contemporaneità sgradevole e a confondere il sintomo con la causa", navigato oratore in grado di parlare al cuore della gente toccando le opportune corde. Bravo nel delegittimare l'operato avversario ad ogni costo, nello sfuggire spesso e volentieri alle severe e scomode regole della democrazia costituzionale, nell'"evitare di subire passivamente il "teatrino" della politica, il petulante contraddittorio delle opposizioni, l'occhiuta vigilanza del capo dello Stato, le impudenti indiscrezioni della stampa, le vocianti reazioni della piazza, l'evocazione continua, benché velleitaria, del conflitto d' interessi".
Un'altra riflessione, a questo punto, sorge spontanea. Ai soli Bossi e Berlusconi è possibile tacciare le responsabilità di un populismo "de noantri"? La risposta, univoca e secca, è: no. C'è dell'altro.
C'è una tendenza, attualmente, che caratterizza tutti i partiti, nessuno escluso. E' la personalizzazione del potere, sempre più intensa ed intransigente, linfa di un populismo che sfrutta la intrinseca, complice predisposizione dei media - ed in particolar modo della tv - a spettacolarizzare la politica, con tutto quanto di becero ne consegue.
Partiti "personali", o meglio "personalizzati", "riassunti e riassumibili in un leader specifico,costruiti oppure evoluti come macchine al suo servizio".
E, dunque: non è forse da ritenersi un valido esempio di populismo di sinistra - e per questo ancora più sinistro - l'ormai noto caso di Matteo Renzi alla Stazione Leopolda di Firenze? Oppure, la retorica di partiti come l'Italia dei Valori, anch'essa veemente ed aggressiva, tesa alla denigrazione e delegittimazione dell'avversario, e tanto ossequiosa rispetto alla presunta forza persuasiva del proprio leader da giungere a ricorrere al suo nome in sede di propaganda elettorale? E la "Lista Pannella", o la "Lista Bonino" tra i Radicali?
Ancora, non è forse populismo quello di chi si straccia le vesti per l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori senza però interrogarsi a fondo riguardo alle concrete garanzie offerte ad un'intera generazione circa il proprio futuro lavorativo, come a ragione fa notare Tommaso di Brango nello scorso numero di Vox? E che dire, infine, del populismo locale, se possibile ancora più intriso di ipocrisia ed ambiguità, non fosse altro che per le "eccellenze" di cui ogni Comune, Provincia o Regione vagheggia di poter disporre, o per la noncuranza con cui gli stessi fingono di ignorare le dinamiche socio-politico-economiche ormai globali al punto di contrapporre ad esse, all'occorrenza, interessi locali - perlopiù privati - puri e semplici?
Questo, e molto altro ancora, è stato reso possibile in larga parte da tratti sociali, culturali e ideologici su cui è difficile intervenire. Ma è bene tener conto di come un populismo sempre più onnipervasivo conduca a due sole vie, entrambe nocive, se non addirittura letali, per qualsiasi democrazia: la via del qualunquismo, definitivo e incontrovertibile, e la via dell'antipolitica militante.
Attraverso di esse il populismo si fortifica, legittimando sé stesso in un circolo vizioso apparentemente senza fine. Nascono così coalizioni prive di coerenza interna, animate solo dalla ricerca del consenso a breve termine. La politica perde dunque la sua dimensione forse più nobile, quella della progettualità e della lungimiranza. "La lungimiranza può contrastare con domande forti e diffuse che invece, da un punto di vista elettorale, conviene assecondare". Il populismo non fa che assecondare tali domande, e da esse viene di rimando assecondato. Ciò in virtù anche e soprattutto di quelle modificazioni che si erano andate cumulando nel profondo della società italiana, di cui Berlusconi era sì sintomo, ma non causa. Le stesse modificazioni, allora però ancora in divenire, che Pier Paolo Pasolini aveva indagato negli "Scritti corsari" e nelle "Lettere luterane".
Come reagire, dunque?
L'unico modo, allo stato attuale delle cose, per poter sperare di ottenere benefici futuri - anche se, proprio per questo, "incerti e opinabili" - è proseguire imperterriti nella costruzione quotidiana della propria persona attraverso una costante crescita culturale ed intellettuale, e sperare che altri facciano altrettanto.
Nel suo "Socialismo, Anarchismo, Sindacalismo", Bertrand Russell scriveva: "Coloro le cui vite sono feconde per sé stessi, per i loro amici o per il loro mondo, sono ispirati dalla speranza e sostenuti dalla gioia; essi vedono con l'immaginazione le possibilità del futuro e il modo in cui esse devono essere realizzate. (...) Nel loro lavoro non sono perseguitati dalla gelosia dei competitori, ma il loro unico interesse è il reale problema che deve essere affrontato e risolto. In politica essi non consumano il loro tempo e il loro entusiasmo nella difesa di ingiusti privilegi della loro classe o della loro nazione, ma aspirano a rendere il mondo complessivamente più felice, meno crudele, meno ricco di conflitti tra interessi rivali, e più ricco di esseri umani la cui crescita non è stata conculcata e ostacolata dall'oppressione".
Quello che dunque i populisti non dicono è che necessitano della nostra ignoranza, della nostra incapacità critica, per poter prosperare: colmi di viltà lo sottintendono, mentre puntano l'indice contro IL nemico, reo designato, desumibile o presumibile, d'ogni nefandezza, causa causarum di ogni male; e ci accompagnano verso il baratro cingendoci le spalle, amichevolmente.
Fonti / Per approfondire:- http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/ultimo-numero/item/1793-populismo-una-definizione-indefinita-per-eccesso-di-definizioni.html
- http://doppiozero.com/materiali/cartoline-da/parigi-lo-spazio-del-populismo
- http://www.rivistailmulino.it/journal/articlefulltext/index/Article/Journal:RWARTICLE:36337
- Alfabeta2 , Numero 17 - Anno III, Marzo 2012: "Populismi inquinanti" (Marcello Flores, Alfio Mastropaolo, Fausto Bertinotti, Claudio Martini, Omar Calabrese, Alessandro Cannamela).
Matteo Canale Parola
Non esiste, né forse è mai esistito, in Italia, un partito di governo - è bene ribadirlo - più populista della Lega Nord. Affermazione che, inevitabilmente, richiede un chiarimento circa la definizione di "populismo".
Parola ormai d'abuso comune, quantomeno nel lessico politico, spesso erroneamente utilizzata come sinonimo di "demagogia" - a cui spesso si accompagna e di cui la Lega ha fatto un uso smodato - , deve il suo fascino alle suggestioni ch'è in grado di evocare.
Populismo è un sistema in cui tra il capo ed il "suo" popolo intercorre un rapporto diretto, privo di alcuna mediazione: da esso deriva un potere esercitato senza troppi vincoli o controlli quali possono esser considerate le pastoie di leggi ritenute eccessivamente coartanti e che finiscano dunque per incrinare il legame genuino, quasi paterno, tra il leader ed il suo seguito indifferenziato; conferito senza seguire procedure eccessivamente complicate, con forme quasi plebiscitarie.
Un "potere carismatico", quindi, volendo fare riferimento alla classificazione dei poteri legittimi messa a punto dal sociologo tedesco Max Weber: potere che poggia "sulla dedizione straordinaria al valore esemplare o alla forza eroica o al carattere sacro di una persona" e degli ordinamenti che questa ha creato.
Basti pensare allo straordinario grado di sostegno, quasi incondizionato, che Bossi ha saputo conservare nel bel mezzo della recente disfatta per comprendere come le capacità di captazione del consenso della Lega trascendano la dimensione meramente politica.
Come in ogni populismo ricollegabile all'area delle destre che si rispetti, essa ha saputo portare avanti un discorso xenofobo ed autonomista - non privo di ipocrisie; vedasi le velleità secessionistiche da ritenersi, per l'appunto, tali: pure e semplici velleità - ancor prima che antieuropeo ed antiglobalista facendo leva, con mirabile ars retorica, su "sentimenti irrazionali e bisogni sociali latenti, alimentando la paura o l'odio nei confronti dell'avversario politico o di minoranze utilizzate come capro espiatorio". Quelle minoranze che, siano esse politiche, etniche o quant'altro, in quanto imperdonabili portatrici di diversità minano la pax sociale tanto faticosamente costruita e alimentata, deturpano l'idillio tra il conduttore e le sue genti.
O tra il pastore e le sue greggi. Perché verità di fondo inconfessabile comune a tutti i populismi è che il "popolo", che concorre a formare il Sovrano-Leviatano di Hobbes con molteplicità mostruosa dei suoi corpi, debba essere guidato. Che non sappia stare sulle proprie gambe, che non sia ancora pronto. "Così, assistiamo all'esplosione della retorica e dell'invettiva (facile ma banale) e all'involuzione della dialettica (difficile sui media, ma almeno interessante). Peraltro, la debolezza dei contenuti va fatta risalire a un'idea preliminare del suffragio, ovvero la credenza che il corpo elettorale sia ormai frammentato in gruppi di interesse e non più in blocchi sociali, e che la vittoria finale dipenda dunque dalla capacità di attrarre le più ampie ed eterogenee diversità. Le proposte, allora, diventano fragili e poco identificabili, e le stesse candidature rivelano i negoziati nascosti che a loro soggiacciono. Diventa quasi inevitabile far ricorso all'eventuale carisma del capo per coprire l'assenza di fascino dei concetti, e sperare nelle sue capacità di contatto col pubblico in sostituzione della perdita di efficacia simbolica dei contenuti (altro che "popolo", gli elettori sono diventati nient'altro che "pubblico")".
In ciò, senza alcun dubbio, Umberto Bossi è stato maestro, abile nel "raffigurare il popolo come "gente comune", contrapposto alle élite e ai loro intellettualismi e ad utilizzare le paure della "gente" (immigrazione, crisi economica e sociale) per tirare su il fortino identitario"; precursore, ancorché grezzo e d'istinto, rispetto al suo nemico fraterno, quel Berlusconi reo di "aver indotto i suoi critici a una attenzione ossessiva verso una contemporaneità sgradevole e a confondere il sintomo con la causa", navigato oratore in grado di parlare al cuore della gente toccando le opportune corde. Bravo nel delegittimare l'operato avversario ad ogni costo, nello sfuggire spesso e volentieri alle severe e scomode regole della democrazia costituzionale, nell'"evitare di subire passivamente il "teatrino" della politica, il petulante contraddittorio delle opposizioni, l'occhiuta vigilanza del capo dello Stato, le impudenti indiscrezioni della stampa, le vocianti reazioni della piazza, l'evocazione continua, benché velleitaria, del conflitto d' interessi".
Un'altra riflessione, a questo punto, sorge spontanea. Ai soli Bossi e Berlusconi è possibile tacciare le responsabilità di un populismo "de noantri"? La risposta, univoca e secca, è: no. C'è dell'altro.
C'è una tendenza, attualmente, che caratterizza tutti i partiti, nessuno escluso. E' la personalizzazione del potere, sempre più intensa ed intransigente, linfa di un populismo che sfrutta la intrinseca, complice predisposizione dei media - ed in particolar modo della tv - a spettacolarizzare la politica, con tutto quanto di becero ne consegue.
Partiti "personali", o meglio "personalizzati", "riassunti e riassumibili in un leader specifico,costruiti oppure evoluti come macchine al suo servizio".
E, dunque: non è forse da ritenersi un valido esempio di populismo di sinistra - e per questo ancora più sinistro - l'ormai noto caso di Matteo Renzi alla Stazione Leopolda di Firenze? Oppure, la retorica di partiti come l'Italia dei Valori, anch'essa veemente ed aggressiva, tesa alla denigrazione e delegittimazione dell'avversario, e tanto ossequiosa rispetto alla presunta forza persuasiva del proprio leader da giungere a ricorrere al suo nome in sede di propaganda elettorale? E la "Lista Pannella", o la "Lista Bonino" tra i Radicali?
Ancora, non è forse populismo quello di chi si straccia le vesti per l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori senza però interrogarsi a fondo riguardo alle concrete garanzie offerte ad un'intera generazione circa il proprio futuro lavorativo, come a ragione fa notare Tommaso di Brango nello scorso numero di Vox? E che dire, infine, del populismo locale, se possibile ancora più intriso di ipocrisia ed ambiguità, non fosse altro che per le "eccellenze" di cui ogni Comune, Provincia o Regione vagheggia di poter disporre, o per la noncuranza con cui gli stessi fingono di ignorare le dinamiche socio-politico-economiche ormai globali al punto di contrapporre ad esse, all'occorrenza, interessi locali - perlopiù privati - puri e semplici?
Questo, e molto altro ancora, è stato reso possibile in larga parte da tratti sociali, culturali e ideologici su cui è difficile intervenire. Ma è bene tener conto di come un populismo sempre più onnipervasivo conduca a due sole vie, entrambe nocive, se non addirittura letali, per qualsiasi democrazia: la via del qualunquismo, definitivo e incontrovertibile, e la via dell'antipolitica militante.
Attraverso di esse il populismo si fortifica, legittimando sé stesso in un circolo vizioso apparentemente senza fine. Nascono così coalizioni prive di coerenza interna, animate solo dalla ricerca del consenso a breve termine. La politica perde dunque la sua dimensione forse più nobile, quella della progettualità e della lungimiranza. "La lungimiranza può contrastare con domande forti e diffuse che invece, da un punto di vista elettorale, conviene assecondare". Il populismo non fa che assecondare tali domande, e da esse viene di rimando assecondato. Ciò in virtù anche e soprattutto di quelle modificazioni che si erano andate cumulando nel profondo della società italiana, di cui Berlusconi era sì sintomo, ma non causa. Le stesse modificazioni, allora però ancora in divenire, che Pier Paolo Pasolini aveva indagato negli "Scritti corsari" e nelle "Lettere luterane".
Come reagire, dunque?
L'unico modo, allo stato attuale delle cose, per poter sperare di ottenere benefici futuri - anche se, proprio per questo, "incerti e opinabili" - è proseguire imperterriti nella costruzione quotidiana della propria persona attraverso una costante crescita culturale ed intellettuale, e sperare che altri facciano altrettanto.
Nel suo "Socialismo, Anarchismo, Sindacalismo", Bertrand Russell scriveva: "Coloro le cui vite sono feconde per sé stessi, per i loro amici o per il loro mondo, sono ispirati dalla speranza e sostenuti dalla gioia; essi vedono con l'immaginazione le possibilità del futuro e il modo in cui esse devono essere realizzate. (...) Nel loro lavoro non sono perseguitati dalla gelosia dei competitori, ma il loro unico interesse è il reale problema che deve essere affrontato e risolto. In politica essi non consumano il loro tempo e il loro entusiasmo nella difesa di ingiusti privilegi della loro classe o della loro nazione, ma aspirano a rendere il mondo complessivamente più felice, meno crudele, meno ricco di conflitti tra interessi rivali, e più ricco di esseri umani la cui crescita non è stata conculcata e ostacolata dall'oppressione".
Quello che dunque i populisti non dicono è che necessitano della nostra ignoranza, della nostra incapacità critica, per poter prosperare: colmi di viltà lo sottintendono, mentre puntano l'indice contro IL nemico, reo designato, desumibile o presumibile, d'ogni nefandezza, causa causarum di ogni male; e ci accompagnano verso il baratro cingendoci le spalle, amichevolmente.
Fonti / Per approfondire:- http://www.italianieuropei.it/it/la-rivista/ultimo-numero/item/1793-populismo-una-definizione-indefinita-per-eccesso-di-definizioni.html
- http://doppiozero.com/materiali/cartoline-da/parigi-lo-spazio-del-populismo
- http://www.rivistailmulino.it/journal/articlefulltext/index/Article/Journal:RWARTICLE:36337
- Alfabeta2 , Numero 17 - Anno III, Marzo 2012: "Populismi inquinanti" (Marcello Flores, Alfio Mastropaolo, Fausto Bertinotti, Claudio Martini, Omar Calabrese, Alessandro Cannamela).
Matteo Canale Parola
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