lunedì 21 maggio 2012

gli articoli del numero di aprile online #9


MA, DIVERSAMENTE ABILE A CHI?
Handicappato, disabile o diversamente abile? Qual è la definizione meno offensiva, qual è la parola meno discriminante? La mia risposta, ormai da molti anni, al quesito che ha impegnato giuristi e linguisti e che di sovente ricorre sulla bocca degli idioti non può che essere una soltanto. Innanzitutto le parole, così come le conosciamo nel loro uso comune, hanno un colore semantico neutro. Sono gli utenti ed i parlanti a connotarle di un significato, associando ad esse un’idea. Appurato velocemente questo dato, è facile dedurre che nessuna delle tre parole è portatrice a priori di un significato che possa ledere la sensibilità altrui o che possa discriminare qualcuno. Tuttavia associazioni, enti e organizzazioni no profit si affannano nel ricercare sempre nuove definizioni che siano meno sgradevoli e offensive: una vera corsa all’eufemismo. (La rabbia e la tristezza sono lecite a questo punto). Viviamo in una società in cui l’uomo mostra, a tratti, ancora i segni della sua natura, altro che “contratto sociale”! Vince il più forte ed il più debole soccombe all’indifferenza. Nel moderno villaggio globale, in cui ciò che conta è l’omologazione alla massa ed alla maggioranza, la diversità è sentita come segno di debolezza, di vergogna. L’uomo è sempre più attanagliato da un senso di competizione, di gloria, da un’ansia di arrivare, di correre, come insegnano Grande Fratello, Amici, L’isola dei Famosi e simili balordaggini. Non c’è più la cultura della solidarietà, dell’identità, del riconoscimento dell’altro; si è quotidianamente impegnati in processi di esclusione dei più deboli, dei diversi. Ma cosa può significare allora diversamente abile? Nulla. Tutti siamo diversamente abili nelle nostre potenzialità: c’è chi sa dipingere, chi sa risolvere problemi matematici, chi sa ballare. Noi tutti abbiamo delle disabilità proprio in virtù della nostra natura imperfetta di essere umano. Eppure nessuno di noi è chiamato disabile se ha entrambe le gambe, se ci vede bene, se non ha un ritardo cognitivo, se non balbetta, se non ha subito un’operazione al cuore, perché nessuno di noi si sognerebbe mai di “definire” l’altro in base ad una sua disabilità o abilità. È la totalità delle nostre capacità che ci definisce e non la mancanza di qualcosa. L’uomo non è fatto soltanto di vista, di gambe, di braccia, di cervello o di cuore. L’identità di essere umano va ben oltre queste attenuanti, l’essere una persona basta e avanza. Finché non si capirà che l’uomo è persona in quanto tale per i rapporti che intreccia con la società, per la somma delle sue diversità, per il suo bagaglio genetico e per i suoi numerosi talenti, non ci saranno mai termini adatti e meno offensivi per definirlo. E poi non c’è bisogno di classificare la diversità, non c’è bisogno di etichettare le abilità o di definire qualcuno attraverso una parte del “tutto”. Sono le intenzioni e gli atteggiamenti a monte di poter e dover creare dei gruppi sociali che creano discriminazione ed isolamento. Non sarebbe offensiva la parola negro se si comprendesse che il colore della pelle è una diversità genetica e non una differenza sociale e che non sono necessari strumenti di misura dell’uguaglianza, se uguaglianza c’è. Il punto, a mio avviso, è che l’altro fa paura e che dai suoi istinti di sopraffazione e di prevaricazione del più debole l’uomo in fondo non si è mai emancipato del tutto. E la ricerca affannosa di parole e definizioni più adatte alla diversità non è che l’occultamento di una mancanza di educazione alla solidarietà e alla tolleranza o forse la necessità inconscia di espiare difronte a chissà quale Dio le proprie colpe, di esorcizzare le proprie paure. Ad essere solidali si comincia dalle piccole cose, non servono donazioni esose, non serve pubblicare su facebook foto dell’azione cattolica in pompa magna o fare la pubblicità della Fabbrica del Sorriso come fa la Marcuzzi, dicendo che i bambini disabili sono bambini con una “d” in più (purtroppo Alessia non sa che non esistono bambini disabili, ma solo bambini, e che l’identità di ognuno di essi non sta di certo nella mancanza di una gamba o nella presenza di qualche malattia). Serve più educazione al rispetto ed alla tolleranza, più solidarietà. Si cominci dalle scuole, dalle famiglie, dalle chiese. Si cominci col dire che noi rifiutiamo questa cultura della paura del diverso, dell’extracomunitario, del terrorista, del nero, del tossico, del napoletano o del gay, diffusa da una comunicazione mass-mediatica ignorante, destroide e corrotta. Si cominci col ribadire che SIAMO TUTTI DIVERSAMENTE ABILI e tutti abbiamo un nome e cognome, sufficienti per dire chi siamo.
Virginia Machera



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