MA,
DIVERSAMENTE ABILE A
CHI?
Handicappato,
disabile o
diversamente abile?
Qual è la definizione meno offensiva, qual è la parola meno
discriminante? La mia risposta, ormai da molti anni, al quesito che
ha impegnato giuristi e linguisti e che di sovente ricorre sulla
bocca degli idioti non può che essere una soltanto. Innanzitutto le
parole, così come le conosciamo nel loro uso comune, hanno un colore
semantico neutro. Sono gli utenti ed i parlanti a connotarle di un
significato, associando ad esse un’idea. Appurato velocemente
questo dato, è facile dedurre che nessuna delle tre parole è
portatrice a priori di un significato che possa ledere la sensibilità
altrui o che possa discriminare qualcuno. Tuttavia associazioni, enti
e organizzazioni no profit si affannano nel ricercare sempre nuove
definizioni che siano meno sgradevoli e offensive: una vera corsa
all’eufemismo. (La rabbia e la tristezza sono lecite a questo
punto). Viviamo in una società in cui l’uomo mostra, a tratti,
ancora i segni della sua natura, altro che “contratto sociale”!
Vince il più forte ed il più debole soccombe all’indifferenza.
Nel moderno villaggio globale, in cui ciò che conta è
l’omologazione alla massa ed alla maggioranza, la diversità è
sentita come segno di debolezza, di vergogna. L’uomo è sempre più
attanagliato da un senso di competizione, di gloria, da un’ansia di
arrivare, di correre, come insegnano Grande Fratello, Amici, L’isola
dei Famosi e simili balordaggini. Non c’è più la cultura della
solidarietà, dell’identità, del riconoscimento dell’altro; si è
quotidianamente impegnati in processi di esclusione dei più deboli,
dei diversi. Ma cosa può significare allora diversamente
abile? Nulla. Tutti
siamo diversamente abili nelle nostre potenzialità: c’è chi sa
dipingere, chi sa risolvere problemi matematici, chi sa ballare. Noi
tutti abbiamo delle disabilità proprio in virtù della nostra natura
imperfetta di essere umano. Eppure nessuno di noi è chiamato
disabile
se ha entrambe le gambe, se ci vede bene, se non ha un ritardo
cognitivo, se non balbetta, se non ha subito un’operazione al
cuore, perché nessuno di noi si sognerebbe mai di “definire”
l’altro in base ad una sua disabilità o abilità. È la totalità
delle nostre capacità che ci definisce e non la mancanza di
qualcosa. L’uomo non è fatto soltanto di vista, di gambe, di
braccia, di cervello o di cuore. L’identità di essere umano va ben
oltre queste attenuanti, l’essere una persona basta e avanza.
Finché non si capirà che l’uomo è persona in quanto tale per i
rapporti che intreccia con la società, per la somma delle sue
diversità, per il suo bagaglio genetico e per i suoi numerosi
talenti, non ci saranno mai termini adatti e meno offensivi per
definirlo. E poi non c’è bisogno di classificare la diversità,
non c’è bisogno di etichettare le abilità o di definire qualcuno
attraverso una parte del “tutto”. Sono le intenzioni e gli
atteggiamenti a monte di poter e dover creare dei gruppi sociali che
creano discriminazione ed isolamento. Non sarebbe offensiva la parola
negro se
si comprendesse che il colore della pelle è una diversità genetica
e non una differenza sociale e che non sono necessari strumenti di
misura dell’uguaglianza, se uguaglianza c’è. Il punto, a mio
avviso, è che l’altro
fa paura e che dai suoi istinti di sopraffazione e di prevaricazione
del più debole l’uomo in fondo non si è mai emancipato del tutto.
E la ricerca affannosa di parole e definizioni più adatte alla
diversità non è che l’occultamento di una mancanza di educazione
alla solidarietà e alla tolleranza o forse la necessità inconscia
di espiare difronte a chissà quale Dio le proprie colpe, di
esorcizzare le proprie paure. Ad essere solidali si comincia dalle
piccole cose, non servono donazioni esose, non serve pubblicare su
facebook foto dell’azione cattolica in pompa magna o fare la
pubblicità della Fabbrica del Sorriso come fa la Marcuzzi, dicendo
che i bambini disabili sono bambini con una “d” in più
(purtroppo Alessia non sa che non esistono bambini disabili, ma solo
bambini, e che l’identità di ognuno di essi non sta di certo nella
mancanza di una gamba o nella presenza di qualche malattia). Serve
più educazione al rispetto ed alla tolleranza, più solidarietà. Si
cominci dalle scuole, dalle famiglie, dalle chiese. Si cominci col
dire che noi rifiutiamo questa cultura della paura del diverso,
dell’extracomunitario, del terrorista, del nero, del tossico, del
napoletano o del gay, diffusa da una comunicazione mass-mediatica
ignorante, destroide e corrotta. Si cominci col ribadire che SIAMO
TUTTI DIVERSAMENTE ABILI e tutti abbiamo un nome e cognome,
sufficienti per dire chi siamo.
Virginia
Machera
Nessun commento:
Posta un commento