lunedì 21 maggio 2012

gli articoli del numero di aprile online #3


UN MONDO DI SEGNI
semiologia e critica sociale
di Mario Ciaburri

Il termine semiologia ( dal greco semeion: “segno”) viene proposto a inizio '900 dal fondatore della linguistica moderna, lo svizzero Ferdinand De Saussure, che la definisce come: “scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale”, considerando il segno come il rapporto tra un concetto , il significato, e un immagine acustica, il significante. Gli sviluppi più interessanti di questa disciplina si hanno però negli anni '60 del secolo scorso, grazie alle teorie strutturaliste e all'opera dell'eclettico pensatore francese Roland Barthes, che partendo dallo studio del segno linguistico ha analizzato i processi di significazione e comunicazione che si sviluppano nel contesto sociale e culturale. Per Barthes dunque, riflessione sul linguaggio è riflessione critica sul mondo, ricerca costante di significazione in ogni fatto o evento. Il suo lavoro si concentra sulla strategia di persuasione che un determinato sistema ideologico ( quello borghese) mette in atto per far passare come “naturali”, fenomeni che sono essenzialmente “storico-culturali”. Un vero e proprio meccanismo di deformazione della realtà attraverso un “linguaggio secondo” che Barthes chiama mito. Riprendendo il segno come concetto saussuriano di unione tra un significante e un significato, esso diventa il significante di un sistema semiologico secondo, che veicola un altro significato. Questo secondo livello rappresenta il mito. Il semiologo o meglio il “mitologo”, deve distinguere nella sua analisi questi due livelli e svelare la deformazione; demolire la significazione del mito borghese che trasforma la realtà del mondo in immagine del mondo, l'immagine che la borghesia si fa e ci fa dei rapporti fra l'uomo e il mondo. Nella nostra società quindi, il carattere mitologico del segno non può che essere “cattivo”, non può che rinviare in maniera più o meno velata a un autorità costituita, a un regime a libertà vigilata. Una cultura che tende a trasformare gli oggetti in segni di quegli oggetti, a caricare di senso cose, persone e fatti che nel divenire “significanti”, perdono ogni contatto con la realtà. Un'analisi quella barthesiana, che prende in considerazione l'estrema vicinanza tra realtà e discorso, tra ciò di cui si parla e come si parla. Da qui l'importanza fondamentale del concetto di linguaggio verbale rispetto a qualsiasi sostanza espressiva non verbale ( immagini, gesti...), in quanto è solo la lingua a nominare il senso e quindi indicare la direzione della significazione. Attraverso lo studio semiologico è quindi possibile dissipare le connotazioni sociali e culturali che la borghesia ha calato sulla lingua, liberandola dall'ideologia di cui è impregnata. Per questo l'attività di semiologo per Barthes, oltre che interesse scientifico e intellettuale, è anche e soprattutto impegno, engagement etico e morale, atto di contestazione contro l'assedio dei segni e dei miti che l'uomo è costretto a subire.

E tuttavia è questo che dobbiamo cercare: una riconciliazione del reale e degli uomini, della descrizione e della spiegazione, dell'oggetto e del sapere” (Roland Barthes, Mythologies)

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