UN
MONDO DI SEGNI
semiologia
e critica sociale
di Mario Ciaburri
Il termine semiologia ( dal greco
semeion: “segno”) viene proposto a inizio '900 dal
fondatore della linguistica moderna, lo svizzero Ferdinand De
Saussure, che la definisce come: “scienza che studia la vita dei
segni nel quadro della vita sociale”, considerando il segno come il
rapporto tra un concetto , il significato, e un immagine acustica, il
significante. Gli sviluppi più interessanti di questa disciplina si
hanno però negli anni '60 del secolo scorso, grazie alle teorie
strutturaliste e all'opera dell'eclettico pensatore francese Roland
Barthes, che partendo dallo studio del segno linguistico ha
analizzato i processi di significazione e comunicazione che si
sviluppano nel contesto sociale e culturale. Per Barthes dunque,
riflessione sul linguaggio è riflessione critica sul mondo, ricerca
costante di significazione in ogni fatto o evento. Il suo lavoro si
concentra sulla strategia di persuasione che un determinato sistema
ideologico ( quello borghese) mette in atto per far passare come
“naturali”, fenomeni che sono essenzialmente “storico-culturali”.
Un vero e proprio meccanismo di deformazione della realtà attraverso
un “linguaggio secondo” che Barthes chiama mito. Riprendendo il
segno come concetto saussuriano di unione tra un significante e un
significato, esso diventa il significante di un sistema semiologico
secondo, che veicola un altro significato. Questo secondo livello
rappresenta il mito. Il semiologo o meglio il “mitologo”, deve
distinguere nella sua analisi questi due livelli e svelare la
deformazione; demolire la significazione del mito borghese che
trasforma la realtà del mondo in immagine del mondo, l'immagine che
la borghesia si fa e ci fa dei rapporti fra l'uomo e il mondo. Nella
nostra società quindi, il carattere mitologico del segno non può
che essere “cattivo”, non può che rinviare in maniera più o
meno velata a un autorità costituita, a un regime a libertà
vigilata. Una cultura che tende a trasformare gli oggetti in segni
di quegli oggetti, a caricare di senso cose, persone e fatti che nel
divenire “significanti”, perdono ogni contatto con la realtà.
Un'analisi quella barthesiana, che prende in considerazione l'estrema
vicinanza tra realtà e discorso, tra ciò di cui si parla e come si
parla. Da qui l'importanza fondamentale del concetto di linguaggio
verbale rispetto a qualsiasi sostanza espressiva non verbale (
immagini, gesti...), in quanto è solo la lingua a nominare il senso
e quindi indicare la direzione della significazione. Attraverso lo
studio semiologico è quindi possibile dissipare le connotazioni
sociali e culturali che la borghesia ha calato sulla lingua,
liberandola dall'ideologia di cui è impregnata. Per questo
l'attività di semiologo per Barthes, oltre che interesse scientifico
e intellettuale, è anche e soprattutto impegno, engagement etico
e morale, atto di contestazione contro l'assedio dei segni e dei miti
che l'uomo è costretto a subire.
“E
tuttavia è questo che dobbiamo cercare: una riconciliazione del
reale e degli uomini, della descrizione e
della spiegazione, dell'oggetto e del sapere”
(Roland Barthes, Mythologies)
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