Berlusconi non è un
fascista
Per diverso tempo si è
parlato del berlusconismo come di una sorta di fascismo. Lo ha fatto
Alberto Asor Rosa, che ha ritenuto di poter dire che l’uomo di
Arcore ha instaurato in Italia un regime addirittura peggiore di
quello di Mussolini; lo ha fatto Massimo Giannini, che ha scritto un
libro per stabilire una sorta di equivalenza tra i due fenomeni; lo
ha fatto Franco Cordero, per il quale addirittura i riti esorcistici
dell’intellettualità liberal del “Corriere della Sera” sono
analoghi a quelli che, nel ’22, proponeva Luigi Albertini.
E certo, Asor Rosa,
Giannini, Cordero e gli altri che hanno sostenuto questa tesi hanno
dalla loro il fatto che Berlusconi, specie dal 2008 in poi, ha
mostrato un piglio decisionista tendenzialmente eversivo, che
esternava palese fastidio per i meccanismi che garantiscono
l’esistenza in vita della nostra democrazia. Ma, altrettanto
certamente, non ovunque ci sono atteggiamenti di stampo
decisionista/eversivo c’è fascismo. Ci sono stati anche nella
Russia sovietica: eppure non era fascismo; e ci sono stati anche
nella Russia di Putin: eppure non era fascismo (tanto che Veltroni
arrivò a parlare di “deriva putiniana” a proposito delle
disinvolture di Berlusconi). Definire “fascista” ogni fenomeno
non schiettamente democratico significa ragionare come un critico
letterario che definisce “poeta” chiunque abbia scritto almeno
una raccolta di poesie in vita sua.
Viceversa, esistono
condizioni storiche oggettive in cui, talvolta, i regimi politici
entrano in crisi con o senza il desiderio, da parte delle classi
dirigenti, di farceli entrare, e questa credo sia la situazione della
democrazia italiana degli ultimi trent’anni. Facciamo due passi
indietro nella storia. Venne fuori Craxi ed il mito della Grande
Riforma per trasformare un Paese dominato dall’antiquata diarchia
D.C.-P.C.I. in una democrazia a tutti gli effetti moderna: sappiamo
come finì. E sappiamo pure che non finì solo per le ruberie di
Craxi e combriccola, ma anche perché si trovò ad avere a che fare
con un Paese in cui, per essere rieletti, occorre non toccare i punti
nevralgici. Non a caso fu allora che, di fronte al conflitto tra
necessità oggettive del Paese e desideri soggettivi dei cittadini (e
dei politici), cominciò a venir fuori quella tendenza decisionista e
para-autoritaria che in seguito si è rimproverata a Berlusconi.
La storia della Seconda
Repubblica – o l’agonia della Prima? – ce l’abbiamo sotto gli
occhi nei suoi effetti: impotenza dei governi, riforme a iosa (visto
che ogni riforma era, in definitiva, una non-riforma), tendenza alla
spettacolarizzazione della politica come tentativo di sopperire alla
sua incapacità operativa. L’unica vera eccezione in questi quasi
vent’anni è stato, con ogni probabilità, Romano Prodi, che è
riuscito nel vero e proprio miracolo – pur aiutato da
un’interpretazione abbastanza “flessibile” dei parametri di
Maastricht da parte di Francia e Germania – di far entrare un Paese
come il nostro nell’euro. E, guarda il caso, l’unico vero
sussulto di vita della cosiddetta Seconda Repubblica è, oggi, uno
dei principali imputati della situazione di crisi in cui ci troviamo
malgrado sia sotto gli occhi di chiunque abbia capacità d’intendere
che uscire dall’euro, per noi, sarebbe una vera catastrofe. Come
se, per una curiosa legge del contrappasso, la capacità di svolgere
un’azione incisiva fosse inevitabilmente votata allo scarso
apprezzamento da parte degli italiani – e dei politici che, da
Vendola a Bossi, sono ben consapevoli che il populismo, viceversa,
paga. Per il resto, la Seconda Repubblica la ritengo un’agonia
della Prima perché, come nelle fasi conclusive di quest’ultima,
essa si è protratta stancamente tra il carattere epocale dei
proclami e la scarsità dei risultati e la causa di questo
bifrontismo è stata proprio il fatto che, di tanto in tanto, in
Italia si vota. Questa tendenza si è invertita col governo Monti.
Tutti l’hanno notato: è sobrio, non fa proclami, non si straccia
le vesti. Ma, piaccia (a me spesso piace) o non piaccia (a me a volte
non piace), agisce molto più di quanto abbiano fatto i suoi
predecessori negli ultimi vent’anni. E perché agisce? Semplice:
perché non deve essere votato da nessuno. Quando si tornerà alle
urne, tra un anno, non dovrà vedersela con pensionati e tassinari
perché, semplicemente, non si presenterà.
Tutto questo lascia
pensare che non sia stato Berlusconi a mettere in crisi la
democrazia, ma che al contrario Berlusconi sia stato il sintomo di
una crisi democratica che era già in atto per conto suo. E fin qui
si potrebbe dire (e sarebbe un’obiezione sensata): nemmeno il
fascismo provocò la crisi dello Stato liberale, eppure da quella
crisi nacque il fascismo. Tuttavia occorre tener presente che, pur
nascendo dalla crisi del regime che lo ha preceduto, il fascismo ha
segnato una discontinuità rispetto ad esso; il berlusconismo,
viceversa, non ha fatto altro che riproporre le dinamiche della
democrazia in crisi entro cui ha visto la luce il suo progetto
politico. È stato il fenomeno più scintillante della crisi: non la
sua risoluzione in senso autoritario. Ciò è talmente vero che tutti
coloro che hanno onestamente tentato di fare un bilancio dell’Evo
berlusconiano non hanno potuto fare a meno di constatare che il
proclama della “Rivoluzione Liberale” con cui si presentò agli
elettori è rimasto sostanzialmente disatteso, mentre hanno prevalso
gli interessi soggettivi e di parte. Si potrebbe dire che se la
cosiddetta Seconda Repubblica è stata l’agonia della Prima, il
berlusconismo è stato l’agonia del craxismo. In un quadro del
genere era inevitabile che non tutte le azioni dell’uomo di Arcore
apparissero dettate da una sincera fede democratica, ed anzi sarebbe
stato strano il contrario: se c’è una crisi – qualsiasi tipo di
crisi – è inevitabile che ci siano anche i suoi sintomi. Ecco: gli
Asor Rosa, i Giannini, i Cordero scambiano i sintomi per la crisi.
Berlusconi è il più scintillante sintomo della crisi democratica
che stiamo vivendo da trent’anni a questa parte: non una riedizione
del fascismo.
Post scriptum. Ho
detto che Berlusconi è stato il più notevole sintomo della crisi
della nostra democrazia. Da ciò segue, però, che anche Monti,
malgrado tutti i meriti che sono disposto a riconoscergli e la
simpatia personale che nutro per lui, lo è. Come abbiamo visto
prima, infatti, ha invertito la tendenza della Seconda Repubblica
perché, a differenza di chi quest’ultima l’ha governata, lui non
ha l’assillo di dover sottostare al giudizio degli elettori. Questo
vuol dire – ad ulteriore conferma della tesi che ho cercato di
argomentare – che la crisi della democrazia non è finita con la
fine di Berlusconi, e che anzi occorrerà tener conto del suo
perdurare non meno di quanto si tiene conto della crisi economica.
Anche perché se da un lato – come ho fatto capire chiaramente –
la dicitura “Seconda Repubblica” ha, per me, una valenza più
giornalistica che storiografica, dall’altro anche l’idea che essa
sia una “agonia della Prima Repubblica” mi convince fino ad un
certo punto. Non è infatti impossibile che gli storici di domani,
nel leggere gli eventi che stiamo vivendo, più che di “Seconda
Repubblica” o di “agonia della Prima Repubblica” parleranno, a
proposito degli ultimi vent’anni, di “premessa a…”. A cosa?
Tommaso Di Brango
Nessun commento:
Posta un commento