lunedì 21 maggio 2012

gli articoli del numero di aprile online #6



Berlusconi non è un fascista
Per diverso tempo si è parlato del berlusconismo come di una sorta di fascismo. Lo ha fatto Alberto Asor Rosa, che ha ritenuto di poter dire che l’uomo di Arcore ha instaurato in Italia un regime addirittura peggiore di quello di Mussolini; lo ha fatto Massimo Giannini, che ha scritto un libro per stabilire una sorta di equivalenza tra i due fenomeni; lo ha fatto Franco Cordero, per il quale addirittura i riti esorcistici dell’intellettualità liberal del “Corriere della Sera” sono analoghi a quelli che, nel ’22, proponeva Luigi Albertini.
E certo, Asor Rosa, Giannini, Cordero e gli altri che hanno sostenuto questa tesi hanno dalla loro il fatto che Berlusconi, specie dal 2008 in poi, ha mostrato un piglio decisionista tendenzialmente eversivo, che esternava palese fastidio per i meccanismi che garantiscono l’esistenza in vita della nostra democrazia. Ma, altrettanto certamente, non ovunque ci sono atteggiamenti di stampo decisionista/eversivo c’è fascismo. Ci sono stati anche nella Russia sovietica: eppure non era fascismo; e ci sono stati anche nella Russia di Putin: eppure non era fascismo (tanto che Veltroni arrivò a parlare di “deriva putiniana” a proposito delle disinvolture di Berlusconi). Definire “fascista” ogni fenomeno non schiettamente democratico significa ragionare come un critico letterario che definisce “poeta” chiunque abbia scritto almeno una raccolta di poesie in vita sua.
Viceversa, esistono condizioni storiche oggettive in cui, talvolta, i regimi politici entrano in crisi con o senza il desiderio, da parte delle classi dirigenti, di farceli entrare, e questa credo sia la situazione della democrazia italiana degli ultimi trent’anni. Facciamo due passi indietro nella storia. Venne fuori Craxi ed il mito della Grande Riforma per trasformare un Paese dominato dall’antiquata diarchia D.C.-P.C.I. in una democrazia a tutti gli effetti moderna: sappiamo come finì. E sappiamo pure che non finì solo per le ruberie di Craxi e combriccola, ma anche perché si trovò ad avere a che fare con un Paese in cui, per essere rieletti, occorre non toccare i punti nevralgici. Non a caso fu allora che, di fronte al conflitto tra necessità oggettive del Paese e desideri soggettivi dei cittadini (e dei politici), cominciò a venir fuori quella tendenza decisionista e para-autoritaria che in seguito si è rimproverata a Berlusconi.
La storia della Seconda Repubblica – o l’agonia della Prima? – ce l’abbiamo sotto gli occhi nei suoi effetti: impotenza dei governi, riforme a iosa (visto che ogni riforma era, in definitiva, una non-riforma), tendenza alla spettacolarizzazione della politica come tentativo di sopperire alla sua incapacità operativa. L’unica vera eccezione in questi quasi vent’anni è stato, con ogni probabilità, Romano Prodi, che è riuscito nel vero e proprio miracolo – pur aiutato da un’interpretazione abbastanza “flessibile” dei parametri di Maastricht da parte di Francia e Germania – di far entrare un Paese come il nostro nell’euro. E, guarda il caso, l’unico vero sussulto di vita della cosiddetta Seconda Repubblica è, oggi, uno dei principali imputati della situazione di crisi in cui ci troviamo malgrado sia sotto gli occhi di chiunque abbia capacità d’intendere che uscire dall’euro, per noi, sarebbe una vera catastrofe. Come se, per una curiosa legge del contrappasso, la capacità di svolgere un’azione incisiva fosse inevitabilmente votata allo scarso apprezzamento da parte degli italiani – e dei politici che, da Vendola a Bossi, sono ben consapevoli che il populismo, viceversa, paga. Per il resto, la Seconda Repubblica la ritengo un’agonia della Prima perché, come nelle fasi conclusive di quest’ultima, essa si è protratta stancamente tra il carattere epocale dei proclami e la scarsità dei risultati e la causa di questo bifrontismo è stata proprio il fatto che, di tanto in tanto, in Italia si vota. Questa tendenza si è invertita col governo Monti. Tutti l’hanno notato: è sobrio, non fa proclami, non si straccia le vesti. Ma, piaccia (a me spesso piace) o non piaccia (a me a volte non piace), agisce molto più di quanto abbiano fatto i suoi predecessori negli ultimi vent’anni. E perché agisce? Semplice: perché non deve essere votato da nessuno. Quando si tornerà alle urne, tra un anno, non dovrà vedersela con pensionati e tassinari perché, semplicemente, non si presenterà.
Tutto questo lascia pensare che non sia stato Berlusconi a mettere in crisi la democrazia, ma che al contrario Berlusconi sia stato il sintomo di una crisi democratica che era già in atto per conto suo. E fin qui si potrebbe dire (e sarebbe un’obiezione sensata): nemmeno il fascismo provocò la crisi dello Stato liberale, eppure da quella crisi nacque il fascismo. Tuttavia occorre tener presente che, pur nascendo dalla crisi del regime che lo ha preceduto, il fascismo ha segnato una discontinuità rispetto ad esso; il berlusconismo, viceversa, non ha fatto altro che riproporre le dinamiche della democrazia in crisi entro cui ha visto la luce il suo progetto politico. È stato il fenomeno più scintillante della crisi: non la sua risoluzione in senso autoritario. Ciò è talmente vero che tutti coloro che hanno onestamente tentato di fare un bilancio dell’Evo berlusconiano non hanno potuto fare a meno di constatare che il proclama della “Rivoluzione Liberale” con cui si presentò agli elettori è rimasto sostanzialmente disatteso, mentre hanno prevalso gli interessi soggettivi e di parte. Si potrebbe dire che se la cosiddetta Seconda Repubblica è stata l’agonia della Prima, il berlusconismo è stato l’agonia del craxismo. In un quadro del genere era inevitabile che non tutte le azioni dell’uomo di Arcore apparissero dettate da una sincera fede democratica, ed anzi sarebbe stato strano il contrario: se c’è una crisi – qualsiasi tipo di crisi – è inevitabile che ci siano anche i suoi sintomi. Ecco: gli Asor Rosa, i Giannini, i Cordero scambiano i sintomi per la crisi. Berlusconi è il più scintillante sintomo della crisi democratica che stiamo vivendo da trent’anni a questa parte: non una riedizione del fascismo.
Post scriptum. Ho detto che Berlusconi è stato il più notevole sintomo della crisi della nostra democrazia. Da ciò segue, però, che anche Monti, malgrado tutti i meriti che sono disposto a riconoscergli e la simpatia personale che nutro per lui, lo è. Come abbiamo visto prima, infatti, ha invertito la tendenza della Seconda Repubblica perché, a differenza di chi quest’ultima l’ha governata, lui non ha l’assillo di dover sottostare al giudizio degli elettori. Questo vuol dire – ad ulteriore conferma della tesi che ho cercato di argomentare – che la crisi della democrazia non è finita con la fine di Berlusconi, e che anzi occorrerà tener conto del suo perdurare non meno di quanto si tiene conto della crisi economica. Anche perché se da un lato – come ho fatto capire chiaramente – la dicitura “Seconda Repubblica” ha, per me, una valenza più giornalistica che storiografica, dall’altro anche l’idea che essa sia una “agonia della Prima Repubblica” mi convince fino ad un certo punto. Non è infatti impossibile che gli storici di domani, nel leggere gli eventi che stiamo vivendo, più che di “Seconda Repubblica” o di “agonia della Prima Repubblica” parleranno, a proposito degli ultimi vent’anni, di “premessa a…”. A cosa?   


Tommaso Di Brango

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